Azione «Bambini della strada»: un genocidio culturale?

Il termine «genocidio» viene dall'inglese americano ed è un termine problematico in quanto un genocidio culturale secondo la dottrina e pratica correnti non rappresenta propriamente un genocidio ai sensi del diritto penale internazionale, ragione per cui preso in sé non può rivendicare alcuna rilevanza penale.

Nel concetto di genocidio culturale rientrano, nell'uso linguistico normale, di regola quelle azioni sviluppate e sostenute da istituzioni statali che mirano alla sostanziale modifica  o alla cancellazione di particolari caratteristiche culturali di un'etnia, comunità religiosa o razza minoritarie. Queste azioni non sono però rivolte all'annientamento fisico né direttamente alla disgregazione razziale o etnica del gruppo o categoria sociologica in questione, ma piuttosto ad un'assimilazione forzata alla cultura maggioritaria. Di norma ad una minoranza viene proibito ad esempio l'uso della propria lingua o la pratica di particolari usanze e tradizioni, soprattutto in pubblico. Queste limitazioni della vita culturale di una minoranza conducono a volte al successo sperato, ma provocano non raramente una resistenza aperta o celata nella minoranza in questione, che intende mantenere la propria consapevolezza culturale o addirittura rafforzarla come controreazione.

I nomadi possiedono diverse caratteristiche culturali particolari. Basti pensare alla lingua, ovvero al proprio idioma e dialetto, a forme particolari di attività economiche e artistiche o artigianali così come all'esercizio di mestieri in forma itinerante e al proprio patrimonio culturale, musicale e letterario. Quando queste caratteristiche vengono combattute in modo mirato e sistematico da parte o comunque con la collaborazione delle istituzioni statali e con lo scopo di trasformare radicalmente o distruggere le peculiarità culturali della minoranza in questione, allora si può parlare di genocidio culturale. Questo termine andrebbe invece evitato nei casi di semplice discriminazione di una minoranza da parte di privati.

Nemmeno la sostituzione di certe pratiche culturali provocata dalle trasformazioni tecnologiche e sociologiche rappresenta di per sé un genocidio culturale. Lo stesso vale anche quando questa evoluzione sia promossa dallo Stato, ma le trasformazioni non siano introdotte allo scopo concreto di cancellare comportamenti culturali tipici di una minoranza etnica o razziale. È altrettanto inappropriato parlare di genocidio culturale quando ad essere combattute siano usanze particolari in contraddizione con i diritti umani.

Con riferimento ai nomadi, va tenuto presente che il mancato sostegno di questa minoranza, come ad esempio la mancata creazione di aree di sosta da parte di una comunità, come atto passivo, da solo non può rappresentare un genocidio culturale a causa di questa mancanza, poiché lo Stato non ha l'obbligo di garantire la sopravvivenza delle minoranze. Si tratta invece proprio di questo nel caso della lotta sistematica allo stile di vita e di sussistenza dei nomadi o nel caso della repressione sistematica della coltivazione della propria cultura (musica, lingua, scambio, artigianato artistico, ecc.),  come intendeva fare l'opera assistenziale «Bambini della strada» della Fondazione Pro Juventute, con il sostegno finanziario della Confederazione e l'aiuto delle autorità, attraverso la sottrazione sistematica dei bambini delle famiglie nomadi.