Clemente Graff
Clemente Graff al lavoro come cestaio, 1992.

Clemente Graff: cestaio, operaio e persona di fiducia

Text: Willi Wottreng

Come si può restare così cordiali fino in età avanzata dopo tutto quello che si è passato?

Clemente Graff amava suonare l'organetto svittese, ballare e aveva una natura aperta. Eppure Graff è stato una delle prime vittime dell'azione «Bambini della strada». Poco prima del Natale del 1926 fu strappato dalla sua famiglia nel Ticino, insieme a una sorella, quando aveva solo tre anni – vivevano allora in un rustico – e fu trasferito in un brefotrofio gestito da suore. Fu in seguito trasferito come Verdingkind [bambino in appalto] a Mümliswil SO.

Circolavano voci sulla famiglia Graff residente nel Ticino, cosa che spinse Pro Juventute, sotto la pressione del suo collaboratore Alfred Siegfried, a lanciare un'operazione per «salvare i bambini».

Clemente visse in diversi istituti, finché non fu ammesso alla scuola reclute. Lavorò più tardi come scavatore di torba. Un giorno una venditrice ambulante suonò alla porta e durante la conversazione questa si rivelò essere una zia. Così egli ritrovò il padre, che viveva in un piccolo insediamento con altri Jenisch, a Ennet-Turgi. Alcuni anni dopo conobbe la madre, ma non riuscirono più a ricostruire un rapporto.

«Da quel momento sono rimasto con la mia gente», raccontava con semplicità Clemente. Restò in una roulotte, vivendo della fabbricazione di ceste e dell'affilatura di coltelli, e poi si sposò; la coppia avrebbe avuto nove figli. «Zisli Frack» era il suo soprannome: «Zisli» dal nome di un antenato che catturava degli uccelli, dei lucherini («Zeisig» in tedesco), e «Frack» perché una volta aveva ricevuto un bel vestito da un parroco. Le ceste che Clemente fabbricava erano tra le più belle.

Con degli amici fondò da giovane un gruppo musicale «hawai», e gestì all'inizio degli anni '50 una delle prime radio pirata in Svizzera, nella zona di Baden.

Nel 1956 ebbe luogo un terribile incidente: un'automobile urtò la bicicletta di suo padre, il figlio si trovava nel rimorchio e vide suo padre morire. Il magro risarcimento di 3000 franchi lo mandò su tutte le furie: «La vita degli zingari non aveva alcun valore all'epoca.» Questo fu un fattore scatenante per lui, che lo spinse più tardi a impegnarsi per difendere gli interessi degli Jenisch.

Più tardi.

In un primo tempo Graff divenne sedentario, a malincuore: sua moglie si era ammalata. Lavorò come operaio in una fabbrica, fu promosso al posto di capo officina nell'industria di macchinari della regione di Baden e poi di Oerlikon.

Era presente quando alcune persone con gli stessi suoi interessi parlarono della fondazione di un'associazione all'inizio degli anni '70, in un ristorante. Divenne membro del comitato della Radgenossenschaft appena fondata, e tenne duro quando la prima generazione di attivisti si ritirò, stanca. Si racconta che abbia pagato di tasca propria le quote d'iscrizione degli ultimi due Jenisch del comitato. Sua figlia Genoveva divenne per un breve periodo presidente della Radgenossenschaft.

Invitò i giovani che restavano in disparte a impegnarsi concretamente: «Criticare è una cosa, partecipare è un'altra.» Una nuova generazione diventò attiva, nel 1985. Uno di questi, il futuro presidente Robert Huber, parlerà sempre con grande ammirazione di Graff: «Non era certo colto, ma sapeva ragionare. Non era un veggente, ma se parlassi oggi con lui di quello che succederà domani, saprei cosa ci aspetta.» E per suggellare la fiducia di cui Graff godeva presso tanta gente, durante la Feckerchilbi del 1982 a Gersau gli Jenisch lo elessero «patriarca», conferendogli un titolo mai esistito prima.

Era cambiato in tutti quegli anni: «Mi sono quasi un po' imborghesito», confessò con rammarico durante un'intervista. Morì nel 2004.